domenica 22 marzo 2009

VERGOGNA TOSSICA

Sentirsi cittadini del mondo per riguadagnarsi la gioia di vivere….

Ognuno di noi arriva nel mondo portando, nascosta dentro di sé, una dote di incomparabile valore: un bambino.
Le caratteristiche di questo “bambino interiore” sono la purezza, l’innocenza, la fiducia, la meraviglia. Ma anche tanta fragilità e sete d’amore.
È lui che ci fa entrare in contatto con noi stessi, con gli altri e con la dimensione del divino, in qualunque modo noi la concepiamo.
Ma sia ben chiaro che il bambino interiore non è una parte di noi che si dissolve col tempo, che diventa inutile man mano che diventiamo grandi. Al contrario! È l’unica fonte della nostra autenticità e gioia di vivere.
Il bambino interiore è come una stella che ci guida nel nostro ritorno a casa… la chiave preziosa che apre le porte del Paradiso.
“Se non diventerete come bambini non entrerete nel Regno dei Cieli” leggiamo nel Vangelo, ma anche le altre tradizioni spirituali del mondo lo affermano da sempre.
Che cosa assicura salute e vigore a questo bambino?
L’essere riconosciuto nella sua innocenza, nella sua fragilità, nei suoi affetti e bisogni: insomma nel suo valore, e questo riconoscimento è importante che avvenga da subito, già nell’utero materno.
Ora il problema è che spesso, sin dal concepimento e per tutta l’infanzia, tante pesanti richieste gravano su di noi e quindi anche sul nostro bambino interiore. Si tratta di aspettative alimentate dai bisogni, spesso inconsapevoli, dei nostri famigliari, aspettative estranee a noi, ma che comunque ci troviamo a subire perché siamo piccoli non possiamo ribellarci, siamo senza difese, senza protezione.
Quali e quante bizzarre richieste ci fanno!
Qualche esempio:
· I nostri genitori sono in crisi coniugale?… e allora noi abbiamo il compito di tenerli uniti.
· Nostro padre passa troppo tempo al bar?… e allora nostra madre progetta di farci nascere perché noi lo facciamo diventare più responsabile e più presente in casa.
· Abbiamo appena incominciato ad andare a scuola?… già ci viene affidato l’incarico di essere i primi della classe, con la settimana piena di impegni, come dei bambini in carriera.
Insomma, non ci reggiamo ben saldi sulle nostre gambe e già i grandi pattuiscono con noi di amarci solo se siamo quello che ci chiedono di essere. Per soddisfare i loro bisogni, per rassicurarli nelle loro paure, per confermarli nelle loro, a volte assurde, pretese.
È così che quel bambino magico, nato per la gioia, inizia a provarla sempre meno, perché viene disconosciuto nella natura più autentica. Non rispettato, ferito, inizia ad allontanarsi da se stesso, a non percepirsi più ed a comportarsi secondo un io falso, quello richiesto dall’esterno, dai genitori, innanzi tutto, ma anche dalla collettività, dalla cultura imperante.
Questo bambino così ferito, continuerà a vivere nel corpo dell’adulto e sarà il filtro con il quale l’adulto vivrà le esperienze successive, una lente che deforma la realtà, una forza che spinge a ripetere sempre gli stessi comportamenti, a trovarsi spesso nello stesso tipo di problemi.
Per provare a descrivere quello che vive dentro di sé il bambino ferito, alcuni autori hanno usato il termine “vergogna tossica”.

Che cos’è questa “vergogna tossica”?
È la sensazione di essere nati sbagliati, mancanti, la sensazione di non avere abbastanza, la sensazione sottile di non avere, in fondo, pieno diritto di cittadinanza nella vita. La “vergogna tossica” è molto peggio del sentirsi in colpa. Con la colpa abbiamo sbagliato in qualcosa, ma possiamo riparare. Con la “vergogna tossica”, invece, c’è qualcosa di sbagliato in noi e non c’è niente che possiamo fare. Siamo inadeguati, difettosi per natura, inferiori agli altri.
Se alla “vergogna tossica” potessimo chiedere: “ Chi sei?”
Lei sicuramente ci risponderebbe così:
“Ero presente al tuo concepimento, mi sentivi nel fluido negativo di tua madre.
Venni a te prima che tu potessi capire, sapere, parlare.
Venni a te prima che tu imparassi a camminare, quando eri vulnerabile ed esposto.
Il mio nome è “vergogna tossica”.

Venni a te quando eri magico.
Prima che tu potessi conoscere la mia esistenza.
Ho danneggiato la tua anima.
Sono penetrata nel suo cuore.
Ho evocato in te la sensazione di essere pieno di difetti.
Ho fatto sorgere in te sensazioni di sfiducia, bruttezza, stupidità, indegnità, inferiorità, inutilità.
Ti ho fatto sentire diverso.
Ti ho detto che in te c’era qualcosa di sbagliato.
Ho sporcato la tua somiglianza a Dio.
Il mio nome è “vergogna tossica”.

Vivo nella segretezza dell’oscurità, della depressione e della disperazione.
Riesco sempre a strisciare furtivamente su di te, a coglierti di sorpresa, a entrare dalla porta di servizio.
Non invitata, non desiderata.
La prima ad arrivare.
Ero presente all’inizio del tempo.
Con padre Adamo, madre Eva.
Con fratello Caino.
Ero presente alla Torre di Babele, alla “Strage degli Innocenti”.
Il mio nome è “vergogna tossica”.

Vengo da educatori “senza vergogna”, dall’abbandono, dalle beffe, dall’abuso, dalle negligenze, dai sistemi educativi perfezionisti.
Sono rafforzata dalla scioccante ira di un genitore.
Dalle osservazioni crudeli dei fratelli.
Dall’umiliazione da parte degli altri bambini.
Dal brutto riflesso negli specchi.
Dalle carezze sgradevoli e spaventose.
Dallo schiaffo, dal pizzicotto e dallo strattone che distruggono la fiducia.
Dalla condanna dei bigotti religiosi.
Da una educazione che reprime e fa paura.
Da generazioni malate e corrotte.
Il mio nome è “vergogna tossica”.

Posso trasformare una donna in una “puttana”,
un nero in un “negro,
un omosessuale in un”finocchio”,
un bambino prezioso in un “piccolo bastardo egoista”.
Posso provocare dolore cronico
Un dolore che non passa.
Sono il cacciatore che ti segue giorno e notte: ovunque.
Non ho limiti.
Cerchi di nasconderti da me, ma non puoi perché vivo dentro di te.
Ti faccio sentire senza speranza.
Come se non avessi via d’uscita.
Il mio nome è “vergogna tossica”.

Il mio dolore è così insopportabile che devi passarmi ad altri, attraverso il controllo, il perfezionismo, il disprezzo, la critica, le beffe, l’invidia, il giudizio, il potere, l’ira.
Il mio dolore è così intenso che devi coprirmi con dipendenze, regole rigide, ripetizioni di esperienze vissute e difese inconsce.
Il mio dolore è così intenso che devi lasciarti stordire, per non sentirmi più.
Il mio nome è “vergogna tossica”.

Sono l’anima della co-dipendenza.
La logica dell’assurdo.
La coazione a ripetere.
Sono la bancarotta spirituale.
Sono il crimine, la violenza, l’incesto, lo stupro.
Sono il vuoto vorace che alimenta tutte le dipendenze.
Sono l’insaziabilità e la lussuria.
Trasformo l’essere nel fare e nell’avere.
Uccido la tua anima e tu mi trasmetti per generazioni”.

Anche l’alcol ha molto a che fare con la “vergogna tossica”.
Nella famiglia con problemi alcolcorrelati, i figli, bambini o adolescenti che siano, si trovano a sperimentare intensamente molte emozioni negative: ansia, paura, senso di solitudine, rabbia, vergogna, disprezzo, sfiducia.
Il risultato a lungo termine può essere un disagio personale ed esistenziale così intenso da sfociare nuovamente proprio nell’uso dell’alcol.
Non sappiamo bene come, ma è sotto i nostri occhi che talvolta il disagio legato all’uso della sostanza può trasmettersi da una generazione all’altra proprio come se fosse una tossina spirituale.

Qualcuno ha detto: “Quando pensiamo al benessere dei nostri figli, progettiamo di dargli tutto ciò che non abbiamo ricevuto noi… Poi con l’arrivo del primo figlio dobbiamo affrontare la realtà riconoscendo che essere genitori è molto più che un sogno d’amore… Certi giorni ci troviamo a fare esattamente quelle cose che avevamo promesso di non fare mai… Dobbiamo acquisire delle capacità, spesso molte capacità, di essere di fare, che non abbiamo acquisito nelle nostre famiglie d’origine”.

Si tratta allora di fare un cammino onesto, di consapevolezza di noi stessi e della famiglia da cui proveniamo, con le sue luci e le sue ombre, per riconciliarci con il nostro bambino interiore, talvolta ferito.
Sediamoci a parlare con lui.
Ascoltiamolo.
Scopriamo che cosa lo preoccupa.
Abbracciamolo, confortiamolo, giochiamo con lui.
La vita ci offre spesso queste opportunità.
Da questo punto di vista il Club rappresenta proprio una bella occasione.
E sapete perché?
Perché il Club, così come è stato pensato, è un luogo di riscoperta di relazioni famigliari e interpersonali più autentiche, più umane e certamente più sane. Sono quelle in cui il bambino interiore di ciascuno di noi può finalmente riprendere diritto di parola e di cittadinanza.
È questa, secondo me, la strada per rinascere alla gioia.

Latina 7 Ottobre 2006

Cristina Polimero

Nessun commento:

Posta un commento