Un rigore –frutto di una cultura e di un consenso sociale ampiamente condiviso, nessuno, ma proprio nessuno in Giappone beve se sa che deve guidare ... certamente non è questa la nuova frontiera delle lobby dei produttori di bevande alcoliche italiane quando predicano il loro "bevi responsabilmente" ...
http://www.acatversilia.org/2013/06/14/rassegna-del-13-06-2013/
IL FATTO QUOTIDIANO
Giappone, guidare dopo un bicchiere di vino può costare 15 anni di carcere
Nonostante i pochi incidenti, il Parlamento inasprisce il già durissimo
codice della strada. La guida in stato di ebbrezza scatta al primo bicchiere,
la pena è massima per chi provoca morti. E la legge punisce anche passeggeri e
baristi "complici". Galera anche per chi si mette al volante senza
patente o nasconde patologie a rischio. E pensare che il codice penale
riconosce l'ubriachezza come attenuante
di Pio d'Emilia
12 giugno 2013 - Nonostante il
numero di incidenti e di vittime della strada sia tra i più bassi del mondo
industrializzato (3.8 ogni 100mila abitanti, in Italia sono più del doppio,
8.6) il Giappone ha approvato alcuni giorni fa una serie di pesanti
inasprimenti al Codice della Strada, già particolarmente duro nei confronti di
chi lo viola. Basti pensare alla controversa disposizione, in vigore oramai da
molti anni (anche se di fatto poco applicata) in base alla quale sono
perseguibili penalmente, oltre a chi guida in stato di ebbrezza (tolleranza
zero: neanche un bicchiere di vino è consentito) anche i passeggeri e gli
esercenti di locali pubblici che, essendo a conoscenza che il cliente si
sarebbe posto alla guida, gli hanno venduto bevande alcoliche. Un rigore –
frutto di una cultura e di un consenso sociale ampiamente condiviso, nessuno,
ma proprio nessuno in Giappone beve se sa che deve guidare – che contrasta con
il principio generale, sancito all’art.39 del codice penale: che lo stato di
ubriachezza, a meno che non sia di provata origine dolosa, sia un’attenuante. E
non, come avviene per la maggior parte dei casi (compresa l’Italia)
un’aggravante.
Nel “pacchetto” approvato pressoché all’unanimità dal Parlamento (su
proposta del Ministro della Giustizia) e provocato da alcuni recenti e tragici
casi (sei bambini a bordo di un pulmino uccisi da un camion alla cui guida
c’era un epilettico, altre 8 persone uccise da un veicolo al volante del quale
c’era un conducente senza patente), chiunque venga trovato al volante senza
patente rischia, anche se non ha commesso alcuna infrazione o provocato
incidenti, 5 anni di carcere e 5 mila euro di multa (prima la pena era di un
anno massimo e 3mila euro di multa). Non basta: ora anche chi si fa trasportare
da una persona senza patente rischia non solo una multa, ma il carcere: fino a
due anni.
Duramente inasprite anche le pene per chi nasconde, in sede di visita
medica, malattie croniche che possano ostacolare la guida sicura, come
l’epilessia: un anno di prigione e ritiro immediato della patente conseguita
omettendo le circostanze ostative. I pazienti epilettici, o comunque affetti da
malattie croniche che possano provocare inabilità anche temporanee, debbono
inoltre essere immediatamente segnalati dai medici alle competenti autorità,
pena pesanti multe e anche il carcere, per chi omette dolosamente la
segnalazione.
Ma l’inasprimento maggiore è quello nei confronti di chi guida in stato di
ebbrezza (inshu unten), condizione che in Giappone lo ripetiamo si estende
anche a chi beve una birra o un bicchiere di vino, o di chi si sottrae,
fuggendo, ai controlli. In caso di incidente mortale, anche di natura colposa,
il conducente al quale siano riscontrate tracce di alcool (curioso che la legge
non parli di altre sostanze, come le droghe, probabilmente perché già
vietatissime e poco diffuse) rischia fino a 15 anni di carcere, mentre
abbandonare la scena di in incidente, anche non mortale, per evitare il test
può portare ad una condanna di 12 anni. Pene severissime, dunque, che sembrano
tuttavia trovare assoluto consenso nella società, nonostante, lo dicevamo
all’inizio, in Giappone gli incidenti siano in calo costante e le vittime della
strada, che nel 1970, con appena 4 milioni di autoveicoli in circolazione,
erano 16.000, siano andate continuamente diminuendo, fino al minimo storico
registrato l’anno scorso, con 4.411, su oltre dieci milioni di veicoli in
circolazione. (*)
Un consenso che non è solo frutto di una rigida e continua “educazione”
(nelle scuole fanno vedere video francamente un po’ “forti” con incidenti,
macchine accartocciate, famiglie che piangono e cittadini che finiscono in
prigione rovinandosi la vita), ma anche di un’organizzazione sociale e
logistica molto efficace. Mezzi pubblici abbondanti e puntuali, parcheggi
carissimi e una miriade di taxi tutto sommato a prezzi decenti. Insomma, se la
sera (a pranzo non si beve, mai) si vuole andare tranquilli a cena, lasciandosi
andare (cioè bevendo, anche parecchio) come impone la liturgia aziendale e
sociale, meglio lasciare a casa la macchina. Che in Giappone – o quanto meno
nella grandi città come Tokyo – si usa solo durante il weekend o per qualche
emergenza.
Ma codice della strada a parte, bere in Giappone non è un fatto disdicevole.
Anzi. Come il fumo – di tabacco, per quanto riguarda marijuana e droghe leggere
c’è la prigione assicurata – la cultura del “lasciarsi andare” è molto diffusa
e trova un curioso riconoscimento addirittura nel codice penale ed in quello di
procedura. Vale la pena ricordare – e ci vorrebbe molto più spazio per
spiegarne l’impatto sociale, politico e giuridico – che in Giappone l’azione
penale è discrezionale. Il suo esercizio è regolato dall’art.248 del codice di
procedura penale (kiso-bengishugi) che dopo aver indicato tutta una serie di
circostanze “attenuanti” compresa l’incapacità anche temporanea, di intendere e
di volere (shinshin kyojaku, concetto nel quale rientra anche lo stato di
ubriachezza non dolosa), riconosce al giudice inquirente ampia discrezionalità
(qualcuno parla di “arbitrarietà”) prima di decidere se avviare o meno l’azione
penale. Al quale segue, pressoché in automatico, il rinvio a giudizio e
l’altrettanto pressoché automatica condanna. E la prigione. Che in Giappone è
dura. Molto dura. Per tutti: il lavoro è obbligatorio, la disciplina ferrea e
non vi è traccia di privilegi. Vietato fumare e, ovviamente, bere.
(*) Nota di Roberto Argenta: nella cultura Giapponese gli alcolici hanno un ruolo marginale. Il
rischio della associazione alcol/guida viene visto senza il filtro di
stereotipi e tradizioni. Probabilmente nel loro parlamento non esiste un gruppo
come l’”Associazione Veronelli” del parlamento italiano.