Grazie a Roberta che ci ha ricordato i termini del “Quadrifarmaco” di Epicuro e a Sabrina, ma speriamo che qualche altro voglia continuare “l’invito al dialogo” sul tema della felicità…Da un pò di tempo non mi meraviglia più l’espressione che utilizzano molti genitori portano i figli da noi in cerca di aiuto: ”Ma c’è un farmaco, una cura per farlo guarire? Perché quando beve diventa un altro…”.
Purtroppo noi non abbiamo farmaci e non ne somministriamo perché abbiamo capito, con l’insegnamento di Vladimir Hudolin, che l’alcolismo è uno stile di vita e le malattie sono la diretta conseguenza del consumo di alcol. Per guarire bisogna abbandonare l’alcol (vino, birra, alcolici in genere) e cominciare a pensare alla propria vita inserita nella società, nella famiglia, nel lavoro, ecc… con i propri diritti, doveri, responsabilità.
Giovanni Paolo II nell’enciclica “Sollecitudo rei socialis” ha espresso molto bene il concetto di solidarietà e di interdipendenza: “Oggi forse più che in passato, gli uomini si rendano conto di essere legati da un comune destino, da costruire insieme, se si vuole evitare la catastrofe di tutti. Dal profondo dell’angoscia, della paura, dei fenomeni di evasione come la droga, tipici del mondo contemporaneo, emerge via via l’idea che il bene, al quale tutti siamo chiamati, e la felicità, a cui aspiriamo, non si possono conseguire senza lo sforzo e l’impegno di tutti, nessuno escluso e con la conseguente rinuncia al proprio egoismo”. (Cap. 26)
La società, i ragazzi, i genitori… sospingono verso il “tutto, subito e senza sforzo” ma la realtà è ben diversa, perché costruire è bello se si mette insieme “mattone su mattone” e giorno dopo giorno.
L’attrazione fatale, per i giovani e non, dell’alcol e delle doghe ci pone tante domande sul nostro modo di essere nella società, sul nostro ruolo educativo: “L’alcol non è importante, è importante l’uomo” (Vladimir Hudolin)
Nino
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